Pillole di Cultura. Un progetto del Centro Studi Fondo Sammlung Bettoni per portare i giovani e la lettura di libri negli ospedali

Per umanizzare la sofferenza. Dall’incontro tra generazioni possono nascere buoni frutti. La sperimentazione voluta dal Centro Studi

“Il fatto che gli studenti accettino volontariamente un messaggio di così ampio valore culturale e sociale, crea le condizioni psicologiche per una crescita per gli stessi ragazzi molto importante.”
Marco Bettoni Pojaghi, presidente del Centro Studi di Roma, a proposito del progetto “Pillole di cultura”

“Chi si ferma è perduto. In un reparto come quello di geriatria questo è un “detto” più che mai veritiero e il contatto degli studenti e delle studentesse con i pazienti anziani è una vera e propria opera di prevenzione secondaria.”
Dr.  Albert March, primario di geriatria dell’ospedale di Bolzano

Nella foto: il gruppo di progetto triennale 2009-2010-2011 per “Pillole di Cultura”, da sx a dx il Prof. Marco Bettoni Pojaghi, Ferdinando Segala, il dott. Albert March, la dott.ssa Sivia Golino

Giovani generosi e coraggiosi

Chi sostiene che le giovani generazioni siano insensibili e prive di valori forse dovrebbe ricredersi o, quantomeno, imparare a distinguere. Ci sono infatti ben 40 ragazze e ragazzi di età compresa tra i 16 e i 18 anni che per un intero anno scolastico (il recente 2010/2011) si sono messi volontariamente a disposizione per portare, attraverso la lettura di libri, poesie o semplicemente giornali e quotidiani, una ventata d’aria fresca nei lunghi pomeriggi di chi si trova ricoverato in un letto di ospedale. Il progetto si è chiamato “Pillole di cultura” ed ha voluto essere un progetto che valica la frontiera del sociale, per andare ad abbracciare la cosiddetta formazione culturale” esordisce Marco Bettoni Pojaghi, presidente del Centro Studi, l’associazione scientifica che ha siglato con l’ospedale del capoluogo dell’Alto Adige (una delle regioni più avanzate del territorio italiano) e con il suo direttore sanitario, il dott. Umberto Tait, la prima convenzione per questa iniziativa.

“L’idea di fondo – prosegue Bettoni Pojaghi – è quella di portare in ospedale, attraverso questi giovani che con grande entusiasmo e spontaneità hanno deciso di aderire al progetto sentendone parlare a scuola, momenti di bellezza della nostra letteratura e cultura e suscitare in tale modo dei momenti di dialogo che vadano a sollevare e a rendere meno pesante il lungo tempo di degenza di chi si trova ricoverato in struttura.” Le scuole che hanno aderito al progetto sono state finora il Liceo Classico in lingua italiana “G. Carducci” di Bolzano e l’Istituto superiore a indirizzo sociale IPSCT “Claudia de’ Medici” della stessa città. “Visto il buon successo del progetto di Bolzano, sarebbe oggi nostra intenzione” sottolinea Bettoni Pojaghi “adoperarci per riuscire a estenderlo a qualche altra realtà ospedaliera in Italia:per questo però ci servirebberonuovi contatti e cerchiamo fin d’ora persone in grado di darci suggerimenti o aiuto all’interno delle diverse realtà”.

 

Come si è svolta la supervisione psicologica del progetto a Bolzano

Sono stati 11 i reparti ospedalieri coinvolti a Bolzano, tra cui ortopedia, medicina, oculistica, pediatria, ma anche geriatria e – caso davvero eccezionale – cure palliative. “E’ evidente che i momenti di visita devono essere anticipati da un percorso di preparazione sul versante dell’impatto emotivo“ ci spiega la dott.ssa Silvia Golino, collaboratrice del Centro Studi e cheè stata a suo tempo una delle coordinatrici pratiche del progetto a Bolzano. “I ragazzi sono stati costantemente seguiti dalla dott.ssa Patrizia Donolato, psicologa dell’ospedale e con una grande e lunga esperienza sul campo ospedaliero. Una delle regole infati che il progetto pone in modo assoluto” sottolinea Silvia Golino “è il rispetto della sfera emotiva dei ragazzi”. Dal punto di vista organizzativo, i ragazzi – anzi, per meglio dire, le ragazze, visto che nel 2010 dei 40 aderenti tra le scuole di Bolzano ben 39 sono stati di sesso femminile – rimangono in contatto con lo stesso paziente per un periodo massimo di ca. 10/15 giorni.

La ricaduta sul versante medico e infermieristico

“Vedo questo progetto con estremo buon occhio” così il dott. Albert March, primario di geriatria dell’azienda sanitaria di Bolzano. “Dal punto di vista clinico è infatti ormai pacifico che la lettura e la discussione siano altamente terapeutiche per il mantenimento dell’autonomia e del benessere dell’anziano”. E aggiunge: “Si tratta di una vera e propria opera di prevenzione secondaria.”

Come viene fatto per gli studenti, così anche i pazienti vengono preparati – stavolta dalla struttura ospedaliera – ad accogliere la visita dei più giovani. “Possiamo ben immaginare che ci siano momenti e circostanze in cui il paziente non se la sente di affrontare questo confronto con le giovani generazioni. “Tuttavia”, precisa Ferdinando Segala, coordinatore infermieristico del reparto di geriatria, “il lavoro di introduzione e di reciproca conoscenza con i giovani ragazzi volontari, che il personale infermieristico e gli operatori tecnici devono comunque svolgere prioritariamente a monte, ha sino ad ora permesso di superare qualsiasi barriera emotiva e preconcetto”.

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