Una riflessione sulla leggenda di Ötzi, l’uomo venuto dai ghiacci

Sono trascorsi quasi vent’anni da quel 19 settembre 1991, ovvero dal fortuito ritrovamento ad opera di Erika e Helmut Simon. Fu tra i ghiacci. In una radura aperta, sullo Hauslabjoch, una delle cime del Tirolo del nord. Riverso nella neve: poche misere cose abbandonate lungo il corpo. Membra scarnificate. Membra masticate e sputate via dal Tempo.

Oetzi, la mummia dei ghiacci, dopo il ritrovamento. L'uomo del Similaun è oggi custodito a Bolzano, presso il Museo Archeologico dell'Alto Adige
Oetzi, la mummia dei ghiacci, dopo il ritrovamento. L’uomo del Similaun è oggi custodito a Bolzano, presso il Museo Archeologico dell’Alto Adige

Se proviamo a guardare le foto di allora, di vent’anni fa, del ritrovamento, con gli occhi dell’oggi, ci accorgiamo che l’uomo, il guerriero, lo scomparso, non è cambiato: identiche le fattezze, identica la postura, identico il ghigno, fermato irreparabilmente dall’obiettivo nella prima sequenza fotografica di quei giorni.

Il primo scatto, poi migliaia di scatti. Le telecamere di mezzo mondo. Mai forse creatura morta fu più fotografata. Sarebbe stata una seconda vita.

Perché l’immagine, la fotografia ha questo di forte: sa stamparsi sull’anima, sa sorpassare e trafiggere gli occhi, sa aggrapparsi alle pareti più profonde della nostra mente. Proviamo a guardarci allo specchio, noi stessi, dopo vent’anni: avremo lineamenti del volto meno freschi, parecchie rughe in più, capelli lievemente brizzolati. Ma la vecchia foto di gioventù non mente. Siamo noi. L‘immagine dell’uomo dei ghiacci – intendo la fotografia che lo ha fissato e ne ha descritto la  fascinazione – è in realtà racconto: una specie di epos, senza vero principio. La sua origine sta nel continuum del tempo.

Le immagini che centinaia di macchine fotografiche e cineprese hanno ripreso e restituito su milioni di pagine di giornali, siti, video e riviste non sono altro che infinite varianti semantiche di una stessa  essenza. Quella che esattamente vent’anni fa venne raccolta da due tedeschi in passeggiata (un racconto che avrebbe potuto narrare lo scrittore svizzero Robert Walser), tra l’erba bruciata del primo autunno e la bianca coltre di neve. Alpi Venoste, 92 metri dalla linea di confine tra Italia e Austria. Ossa che sembravano terra. L’azzurro, il lindore della montagna. La tomba di Oetzi è uno dei punti terrestri più vicini al cielo: 3200 metri.

La zona dello Hauslabjoch, teatro del ritrovamento di Oetzi
La zona dello Hauslabjoch, teatro del ritrovamento di Oetzi (segnato in rosso)

Un valore scientifico assoluto, storico e archeologico. Ma il valore culturale, simbolico, escatologico? Dietro alla vicenda del Similaun si celano ancor oggi messaggi sconosciuti, segreti. Walter Benjamin, già nel 1936, in un suo noto saggio dal titolo “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”, ha scritto che “nella fotografia il valore di esponibilità comincia a sostituire su tutta la linea il valore di culto. Ma quest’ultimo non si ritira senza opporre resistenza. Occupa un’ultima trincea, che è costituita dal volto, dalle fattezze dell’uomo“. Come non riconoscere, in questa trincea, la sagoma della mummia? Il filosofo ebreo aggiunge: “Ogni giorno si fa valere in modo sempre più incontestabile l’esigenza a impossessarsi dell’oggetto da una distanza il più possibile ravvicinata nell’immagine, o meglio nell’effige, e nella riproduzione. E inequivocabilmente la riproduzione, quale viene proposta dai giornali illustrati o dai settimanali, si differenzia dall’immagine diretta, cioè dall’originale.” In questi termini Oetzi è stato, anche, uno dei tentativi di parlare del principale problema dell’uomo contempraneo: la morte. Ma la sua vicenda ci dice anche altro: che rapporto esiste tra tempo e immagine?

Oetzi durante le prime fasi di analisi e osservazione, nei locali scientifici del Museo di Bolzano
Oetzi durante le prime fasi di analisi e osservazione, nei locali scientifici del Museo di Bolzano

Un vero e proprio “caso” filosofico, quello posto idealmente dalla mummia nel ventennale del 2011.  Alla morte infatti, come sospensione del tempo, l’uomo del Similaun ha opposto una sola resistenza: la sua immagine. Se analizziamo il significato di quella voce muta, ci accorgiamo che essa contiene molte più cose di quante non credessimo. Volendo sintetizzare, potremmo dire che Oetzi ci ha regalato un’aura.

E quest’aura è rigurgito, gemito – in quelle membra scarnificate, nella posizione delle braccia che rimanda a domande irrisolte, in quel ghigno fissato sul crepaccio del nulla eterno. Però quel viso e quell’aura hanno una dimensione umana, spirituale. Scrive Benjamin: “Seguire, in un pomeriggio d’estate, una catena di monti all’orizzonte, oppure un ramo che getta la sua ombra sopra colui che si riposa – ciò significa respirare l’aura di quelle montagne, di quel ramo stesso. Nell’espressione fuggevole di un volto umano, dalle prime fotografie della storia umana, emana per l’ultima volta l’aura. E’ questo che ne costituisce la malinconica e incomparabile bellezza”. E’ questo che ci succede quando guardiamo la mummia. La sua immagine, non più semplice contenitore, tracima. Esonda. L’immagine ripetuta all’inverosimile, esagerata nelle migliaia di riproduzioni, allude. Indica. Indica anima. Simbolo. Nella sua umana labilità e fragilità. Dolore.

Oltre il tempo, oltre la morte, oltre le crepe della storia millenaria, l’immagine di quest’uomo ha potuto così rinascere nel cuore di ciascuno di noi in virtù della sua “essenza umana”: ovvero della sua aura spirituale. Ciascuno di noi si è potuto “rappresentare” una sua personale immagine a partire da ciò che quell’aura gli trasmetteva: chi lo ha pensato e visto un guerriero, chi un padre di famiglia in cerca di cibo, chi capo tribù o un pastore ormai senza più gregge, chi semplice avventuriero, chi barbaro incolto e selvaggio, chi – tra le prime interpretazioni – addirittura sciamano. Parliamo in fondo della stessa aura che il regista Stanley Kubrick ha saputo tratteggiare da par suo nei fotogrammi che aprono “2001 Odissea nello spazio”; quella scena che mostra i primordi della comunicazione animale preumana. Attraverso l’immagine congiunta alla straordinaria musica di Strauss, Kubrick ci ha ridato l’alba umana.

La sede del Museo Archeologico a Bolzano, nell'omonima Via Museo in centro città, ove è conservata la "mummia dei ghiacci"
La sede del Museo Archeologico a Bolzano, nell’omonima Via Museo in centro città, ove è conservata la “mummia dei ghiacci”

II ventennale della scoperta di Oetzi cade mentre nella nostra cultura occidentale imperversa l’idea stessa di “discussione”: da quella sulla fine della vita ai grandi temi dell’embrione, dall’enfatizzazione delle tecnologie, ormai largamente dominanti, alla discussione sulle fonti energetiche. Ma Oetzi sta zitto. Il suo silenzio è metafora. Le sue povere punte di freccia, il suo rudimentale arco restano i veri interrogativi. I suoi istinti fermati in un momento storico lontanissimo eppure ancora palpabile, vicino.

Al suo capezzale abbiamo scorto una serie amplissima di esperti e archeologi, ma anche scrittori, giornalisti, intere équipes di ricerca (li chiamano  divulgatori) che, nel corso degli ultimi anni hanno offerto ciascuno le proprie indagini su colui che resterà come una specie di immenso “feuilleton” poliziesco-commerciale. L’icona del guerriero del Similaun è assurta addirittura a protagonista di romanzo; per tacere degli “uomini di ghiaccio” di cioccolata, venduti da alcuni anni a Bolzano. Le cronache ci narrano di tatuaggi, che attori famosi hanno scelto di incidere sulle proprie braccia o gambe. Viene da domandarsi, non solo in termini divertiti: è questo il vero “uomo dei ghiacci”? E’ questa l’ immagine che il nostro tempo sa fornirci del passato? Di quel passato che fu di Parmenide o Platone, di Nietzsche e  Heidegger?

Il "tatuaggio" con raffigurato Oetzi, mostrato da attori e personaggi dello spettacolo
Il “tatuaggio” con raffigurato Oetzi, mostrato da attori e personaggi dello spettacolo

Crediamo di no: forse la vera lettura di Oetzi sta nella consapevolezza della problematicità del nostro sguardo. Guardare infatti, come sapevano gli antichi, non è ancora  ”vedere”.

Concusivamente: pensando alla parola “storia” scopriamo che nella sua etimologia essa conserva una radice id- (greca) che sottende proprio quel verbo “vedere”.

E’ possibile dunque tornare a vedere?  Potremo un giorno riuscire a rendere il nostro sguardo “greco”, cioè a 360 gradi?

Oetzi sotto l'occhio attento di patologi e medici, a Bolzano. A dx in alto, una delle tante ricostruzioni "virtuali" del volto del guerriero del Similaun
Oetzi a Bolzano, sotto l’occhio attento di patologi e medici. A dx in alto, una delle tante ricostruzioni “virtuali” del volto del guerriero del Similaun

Una parte del mondo antico, dal “Timeo” di Platone a Aristotele, aveva cercato di affrontare il concetto di tempo, con esiti straordinari e forse mai eguagliati dalla modernità. Aristotele ad esempio, in una splendida pagina della “Fisica”, scrisse a proposito della relazione tempo/storia: “Poiché l’istante è insieme fine e inizio del tempo, non della stessa parte di esso, ma fine del passato e inizio del futuro, così come il cerchio è nello stesso punto concavo e convesso, allo stesso modo il tempo sarà sempre in atto di cominciare e di finire e, per questo, esso sembra sempre altro».  Oggi la mummia, con i suoi 5000 anni, ci chiede di noi.

 

 

(questo saggio è stato pubblicato nelle pagine di Cultura del quotidiano “Corriere”)

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