Merano e la filosofia di Wilhelm Dilthey. Un convegno organizzato dall’Accademia di Studi Italo-Tedeschi

Merano è città dalle molte facce. A fianco della Merano mitteleuropea, con i suoi tratti absburgici ed ebraici (penso alla Merano di Franz Kafka), vi è la Merano dell’attualità, la Merano-Cortina del grande turismo internazionale, degli imponenti e celebri hotels, del mondo che ha vissuto e vive intorno allo storico ippodromo di Maia, o a quello delle ottime scuole di alta cucina: realtà tutte queste che l’Italia a Merano invidia.

Soprattutto perché Merano ha saputo creare “eccellenze”. Da sempre particolarmente amata dal mondo germanico per il suo clima eccezionalmente mite e solare (persino l’acqua è notoriamente dolcissima), oltre che per l’ampiezza e delicata bellezza del suo paesaggio da “piccola Parigi sul Passirio”, adagiato tra “Kurhaus” e antico teatro in quella dolce conca montana che, in Alto Adige, fa da vero contraltare rispetto alla strettezza idro-geografica del capoluogo  Bolzano.


Non meno importante di queste Merano, vi è poi la Merano strettamente storica, quella per esempio al centro di complessi scenari novecenteschi legati alle vicende del nazismo e del III Reich, che ne fecero un vero e proprio “crogiuolo nevralgico” dello spionaggio internazionale, con la presenza di uomini come il  “favorito” di Hitler, l’architetto e ministro del regime Albert Speer a Castel Goyen, fino alla presenza di Claretta Petacci e dello stesso Benito Mussolini a Maia Alta.


A fianco di queste “differenti” immagini della capitale di Sissi sul Passirio, ve nè però un’altra, meno nota ai più, ma decisamente importante e culturalmente suggestiva: si tratta della Merano scientifica e legata alla ricerca. Nel bel mezzo di una capillare rete di istituti significativi, come ad esempio una da sempre molto attiva sezione della nostra “Dante Alighieri”, spicca per valore di proposta e impegno ormai decennale la realtà dell’Accademia di Studi Italo-Tedeschi, diretta da Roberto Cotteri (di recente festeggiato con un volume miscellaneo, in occasione del suo 70 genetliaco) e presieduta dall’ambasciatore Luigi Vittorio Ferraris: quest’ultimo una delle personalità più interessanti e stimolanti del nostro Paese nel campo della promozione delle relazioni culturali tra l’Italia e la Germania.

L’Accademia promuove incontri e pubblicazioni ai quali partecipano e hanno partecipato studiosi ed esperti di tutto il mondo, legati essenzialmente al “filo rosso” dell’ambito filosofico-letterario e delle scienze umane (tra queste rinveniamo momenti notevoli legati alle scienze antropologiche, a quelle musicali, degli studi del diritto, solo per citare qualche esempio).

Quest’anno 2011/2012 si apre con un simposio significativo, organizzato in collaborazione con la fondazione Fritz Thyssen di Colonia e l’università di Atlanta e dedicato ad uno dei padri delle cosiddette “Geisteswissenschaften” (le scienze dello spirito, viste allora come opposte alle scienze naturali), il filosofo tedesco Wilhelm Dilthey (1833-1911). Autore di opere cardinali del sapere moderno, come “Das Erlebnis und die Dichtung” del 1906, Dilthey ha avuto larga influenza non solo sulle nozioni di “storicismo” e di “antropologia”, ma anche sugli studi strettamente letterari. Originario della zona di Wiesbaden, in Assia, morirà proprio in Alto Adige a Siusi, nell’ottobre del 1911; e per questo è prevista, sabato 1 ottobre 2012, una celebrazione specifica con tavola commemorativa a Siusi.

Tra i tanti studiosi e filosofi convenuti in questi giorni nella città dello storico Castel Tirolo per parlare di Dilthey, incontriamo il professor Giuseppe Cacciatore, ordinario di storia della filosofia a Napoli, al quale rivolgiamo due brevi domande circa l’attualità del pensiero del filosofo tedesco.

Quale il significato o i significati dell’incontro internazionale ”Antropologia e Storia” dedicato alla figura di Wilhelm Dilthey?

G.C.: Da storicista tendo sempre a scorgere il valore plurale e complesso di ogni iniziativa e, in questa prospettiva, posso dire che questo convegno è di grande importanza per una serie di ragioni. La più importante va individuata nell’impatto che il pensiero di Dilthey ha avuto e continua ad avere sulla storia delle idee e della cultura. Dilthey, infatti, è pensatore tradotto ormai in molte lingue e, come si evince dalla partecipazione a questo convegno di studiosi provenienti da tutto il mondo, il suo pensiero è attento oggetto d’indagine. Il convegno, allora, non solo diviene occasione per commemorare il fondamentale lavoro del filosofo tedesco, ma anche per fare il punto sulla stato della ricerca internazionale e sui suoi sviluppi.

Accanto a questa motivazione primaria, ve n’è un’altra, di ordine formativo ed etico-politico, che definisce l’importanza di questo evento. In un periodo di crisi economica e di valori come quello che stiamo vivendo, in cui i saperi umanistici e, più in generale, la cultura, vengono marcati a fuoco come ‘improduttivi’ e risultano decimate le risorse ad essi destinate, questo convegno e le istituzioni e gli enti che lo rendono possibile ribadisce con forza l’inaggirabile importanza politico-civile, culturale ed etica del mondo del pensiero. La filosofia e la storia, in questa direzione, attraverso la riattualizzazione dei classici divengono un’officina concettuale e valoriale fondamentale dove reperire strumenti e linee di orientamento per la nostra epoca.

In relazione a quanto ha appena affermato, qual è, secondo Lei, l’importanza per il mondo odierno del pensiero di Dilthey?

Il convegno di Merano, coordinato oltre che dal sottoscritto dai colleghi Rodi e Makreell, intende discutere le idee di Dilthey e il loro valore sia all’interno della storia della filosofia del XIX e del XX secolo, sia quello attuale. A me pare che l’attualità di Dilthey sia individuabile in almeno due plessi tematici: da una parte la sua idea di ‘uomo intero’ (“der ganze Mensch”) che non consente di ridurre la cifra dell’umano a un’unica funzione, vuoi quella gnoseologica, psicologica, fisica, culturale o etica; l’uomo intero è l’essere umano pensato in tutta la sua complessità psico-fisica, etico-politica e storico-culturale, una complessità che si oppone a ogni riduzionismo razionalistico o scientifico. Ma vi è un secondo plesso tematico che rende ancora carico di conseguenze il pensiero del filosofo tedesco: il legame particolare/universale e la specifica declinazione del relativismo come ‘relazionismo’. In un’epoca in cui, all’interno di un orizzonte multiculturale, si discute del valore assoluto o relativo dei diritti umani, dell’etica e della cultura, Dilthey insegna che non si dà alcun valore dogmaticamente inscritto all’interno di un’idea di essenza immutabile ed eterna e che, piuttosto, l’universalismo è il frutto dell’interazione di connessioni vitali tra individui storicamente determinati, connessioni dinamiche e fluide che si rideterminano di volta in volta all’interno dei diversi contesti storico-culturali. In questa direzione l’universalismo diviene un processo di costruzione relazionale al quale partecipano gli individui nella loro dimensione sociale e storico-temporale. Io stesso, in alcuni scritti, ho mostrato come la filosofia diltheyana, risulti  determinante all’interno della possibile costituzione di una filosofia “interculturale”.

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