Dimore nobiliari, memoria di storia e cultura: da Castel Pietra a Palazzo Lodron, da Schenna alla Trostburg

Quando ci incontriamo, me ne parla spesso con un misto di gioia, di orgoglio ma anche di fatica per gli oneri che gliene derivano. L’amica Antonia Marzani, contessa e discendente dell’antica famiglia dei Marzani di Villa Lagarina, è infatti presidente della più importante associazione del territorio del Trentino/Südtirol per la tutela delle dimore storiche. Mentre racconta, abbozza un timido sorriso e il suo sguardo vaga lontano, come ad inseguire un passato che le sfugge e che oggi non ritrova più.
La famiglia Marzani conserva tuttora, sia pure con tutte le difficoltà che ciò comporta, un bene architettonico di gran pregio. Palazzo Marzani è infatti una delle più interessanti residenze nobili della nostra regione, agganciata ormai da anni a una «rete» che vede nelle famiglie storiche del Trentino un pezzo importante della propria tradizione culturale.
Questa rete è rappresentata dall’«Associazione Dimore Storiche Italiane», attiva in Trentino Alto-Adige e presente su scala più vasta in tutta Italia: con sede nazionale in Largo dei Fiorentini a Roma.
Ma che cos’è esattamente l’Adsi? Si potrebbe dire, in modo sintetico, che l’Associazione per le Dimore Storiche (nata nel 1977) è una struttura cui aderiscono principalmente i proprietari di beni architettonici di particolare valore e interesse storico (prevalentemente castelli o dimore prestigiose), volta in primis alla conservazione e alla tutela di quei beni vincolati dallo Stato.

Nela foto, Castel Trostburg (Bolzano), uno dei simboli del paesaggio storico altoatesino, di proprietà dell'Istituto dei Castelli
Nela foto, Castel Trostburg (Bolzano), uno dei simboli del paesaggio storico altoatesino, di proprietà dell’Istituto dei Castelli

Il che è poi cosa più difficile di quanto non si possa credere: dagli anni in cui Antonio Cederna denunciava con vigore, dalle pagine del «Corriere», abusi e speculazioni di ogni genere sul territorio italiano, molti di noi sanno quanto sia difficile tutelare il nostro straordinario patrimonio artistico dagli scempi e dalle devastazioni di un «moderno» spesso senz’anima né un degno orizzonte di cultura.
Meglio tacere ad esempio di certi moderni «restauri», i quali invece che migliorare le condizioni del bene in questione, finiscono con il devastarne irreparabilmente lo spirito e la più autentica natura. Penso qui a tante splendide ville italiane, ridotte in numerosi casi a condomini «di lusso» o residence multiproprietà: non si può davvero dire che ciò significhi rispetto per quelle opere architettoniche, né per il contesto culturale nel quale esse erano nate.
Nelle mie lunghe conversazioni con Marzani sempre si riaffaccia il tema di queste meravigliose case e della notevole ricchezza della nostra regione Trentino Alto-Adige. Vorrei ricordare qui dimore come Palazzo Azzolini-Malfatti ad Ala, Palazzo Lodron a Nogaredo, il Castello di Noarna, la bella Villa Margone a Ravina di Trento (in questi giorni aperta al pubblico), lo storico Castel Pietra, l’impeccabile giardino della Villa de Mol Guerrieri Gonzaga, il giardino di Villa Bortolazzi all’Acquaviva a Matterello di Trento (piccolo, ma di gran fascino), ancora il castello di Cles: pezzi insomma centrali della nostra cultura e del nostro sentire di uomini del ventunesimo secolo.
Il lavoro dell’associazione (che conta tra i suoi consiglieri e soci, oltre al vicepresidente Wolfgang Klebelsberg, Giampaolo Bossi Fedrigotti, oltre al conte Andrea Cesarini Sforza, Paolo de Probitzer e Leonardo da Cles) è un lavoro potenzialmente immenso: suo primo compito è però l’interessamento per quelle case, che di volta
in volta vengono segnalate all’opinione pubblica e ai media non solo per il loro eccezionale valore storico, ma anche per i loro piccoli e grandi problemi. Un’opera di sensibilizzazione importante che ha luogo attraverso incontri, convegni scientifici, visite guidate o serate a tema.
Un quadro non del tutto diverso si vive anche in Alto Adige, particolarmente nella sede dell’Istituto per i Castelli di Bolzano, centro delle attività di recupero e di salvaguardia dei più prestigiosi beni architettonici di carattere privato dell’Alto Adige/Südtirol. Collocato in Piazza delle Erbe, in due locali piuttosto angusti, all’interno del «Südtiroler Burgeninstitut», si respira un’aria di asciutto e operoso dinamismo intellettuale. Del Tirolo e del suo fiabesco patrimonio di castelli (circa 170), qui si custodisce e si conserva la memoria, non disgiunta da una sottile absburgica fierezza per le proprie origini. In pubblicazioni di notevole pregio (cui ho avuto modo di collaborare attivamente), si approfondisce la memoria di una nobiltà – quella locale o quella legata direttamente al mondo austriaco – che visse la propria storia a cavallo di precisi legami con gli Asburgo da un lato e con altri casati illustri del mondo germanico, come ad esempio gli Hohenzollern, i Fugger, i Thurn und Taxis dall’altro.
Senza dimenticare l’intreccio del sangue con la nobiltà del cosiddetto “Welschtirol” (denominazione attribuita ancor oggi dal mondo tedesco conservatore a buona parte del Trentino), così come con quella lombarda e veneta, legata all’Alto Adige anche per ragioni di vicinanza territoriale. Esempi illustri di tali legami (poco conosciuti, ma forse per questo interessanti) sono la vicenda degli Albrizzi, originari di Venezia, che ebbero già nei secoli XV e XVI proprietà e stemma gentilizio in Alto Adige (precisamente a Egna), oppure ancora dei Bettoni che furono elevati alla dignità comitale dall’imperatrice Maria Teresa e infeudati del castello di Schenna, vicino a Merano, con editto del 5 ottobre 1753 (un castello quest’ultimo con alcuni misteri: pochi sanno della sua «italianità», che durò per oltre mezzo secolo, prima di passare in mano all’arciduca Giovanni d’Austria).
I buoni rapporti con le analoghe associazioni per la cura dei castelli di Baviera e Austria sono, sin dalla nascita dell’istituto altoatesino, una delle principali basi della solidità dell’associazione. In data 11 novembre 1978 viene firmato a Castel Trostburg (il castello-simbolo dell’associazione, oltre che proprietà della stessa) un accordo tra le tre organizzazioni, accordo che prevede una sostanziale unità di intenti nella filosofia della conservazione dei rispettivi patrimoni.

Viene creata addirittura una apposita pubblicazione (che prenderà il nome latino di «Arx»), sotto l’egida di figure come il conte Oswald Trapp, autore di una celebre opera dedicata ai castelli del Tirolo, o come l’abate Weingartner e all’allora sovrintendente alle Belle Arti Wolfsgruber. Di lì a poco, nel 1981, sarebbe giunto anche il riconoscimento da parte del mondo politico, ad opera di un personaggio come il “Landeshauptmann” Silvius Magnago, al quale sarebbe stata offerta la carica di socio onorario. Insieme a Magnago vennero attratte nell’istituto le famiglie più rappresentative della storia sudtirolese: desidero ricordare solo gli Ebner (anche oggi Michl Ebner, proprietario del colosso editoriale «Athesia» e anche del quotidiano «Dolomiten», è presenza costante negli incontri associativi), i von Eyrl, i Toggenburg, quegli stessi Amonn che – con Walter Amonn – erano stati tra i padri fondatori dell’istituto.

La copertina della rivista "ARX. Castelli e dimore storiche di Austria, Baviera e Alto Adige"
La copertina della rivista “ARX. Castelli e dimore storiche di Austria, Baviera e Alto Adige”

Certo diversi interrogativi e incertezze gravano attualmente sul futuro di entrambe le associazioni: l’aggressione da parte di modelli sociali ed economici sempre più «distruttivi» nei confronti delle memorie storiche della nostra civiltà (pensiamo a quanto sta succedendo, sotto i nostri occhi, nel cuore dei palazzi antichi di Bolzano, invasi sempre più da “shopping-center” e da un uso spesso improprio delle vestigia medievali), unitamente a finanziamenti sempre più esili, minacciano da più parti le testimonianze più belle e nobili del nostro passato. Proprio per questo è di grande importanza che associazioni come queste continuino ad avere tutto il nostro appoggio: non solo, ove possibile, per una giornata l’anno, ma seguendone invece da vicino e con passione le numerose attività.

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