Piazza della Vittoria a Bolzano: un nome controverso, una storia da rispettare

Sono molti i cittadini dell’Alto Adige che guardano all’ultima recente polemica sul nome di Piazza Vittoria con non poche perplessità e forse anche – ci sia concesso – qualche fastidio. Non sono solo cittadini di lingua italiana, ma ve ne sono molti legati al gruppo di lingua tedesca. Tutti sono accomunati da legittimi, fondati dubbi circa il reale valore oltre che il senso propositivo di una tale diatriba. Di più: tali dubbi investono anche poco probabili mutamenti di nome, che potrebbero risultare – in una terra dalle mille contraddizioni storiche e geografiche – come forieri di rinnovate tensioni e finire con l’alimentare in tal modo revanscismi o recrudescenze di taglio estremistico, dell’una e dell’altra parte, che si volevano credere ormai superati per sempre.

L'areale di Piazza della Vittoria, negli anni della sua edificazione
L’areale di Piazza della Vittoria, negli anni della sua edificazione

Non è del tutto fuori luogo ricordare in tal senso le ancora fresche e recenti notizie (sperabilmente solo legate alla calura d’agosto) legate al comune di Lana e alla presenza, in quei luoghi, di individualità dai propositi non sempre benefici e in ogni caso non ascrivibili alla corretta dialettica di una matura democrazia. Non staremo qui a dilungarci, peraltro, su tali segnali e accadimenti, dotati di una loro ben chiara e triste evidenza, peraltro a tutti più che nota.
Proprio questi accadimenti tuttavia contribuiscono forse a stimolare una qualche breve (e modesta) considerazione, non solo in margine all’attuale situazione problematica dell’Alto Adige, ma anche in relazione all’ultima arroventata polemica. Considerazioni che vorrebbero essenzialmente ricondurre in una direzione differente un dibattito che sembra essere divenuto – come spesso accade in Italia – solo politico e che invece dovrebbe essere, a nostro giudizio, principalmente culturale.
Non vi è infatti chi non veda come l’attuale discussione sul nome di una sia pur importante piazza di Bolzano – dibattito nel quale è arrivato a dire la sua persino l’ex-presidente della Repubblica Francesco Cossiga – non riguardi in realtà, in senso più largo, il senso integrale e la sistemazione storico-architettonica di quella stessa Piazza, con al centro la mole indubbiamente “pesante” del Monumento alla Vittoria, l’Arco monumentale ideato e realizzato da Marcello Piacentini e dal regime negli anni tra il marzo 1926 e il maggio del 1928 (l’opera, per l’esattezza, verrà inaugurata il giorno 12 luglio 1928, anniversario della morte del martire trentino Cesare Battisti).

Un'immagine aerea dell'area di Piazza della Vittoria, con in primo piano l'arco-monumento tanto discusso in Alto Adige
Un’immagine aerea dell’area di Piazza della Vittoria, con in primo piano il monumento tanto discusso in Alto Adige

Di più: la polemica sul nome della Piazza (nome che in origine era peraltro Piazza della Vittoria Italiana) riguarda infatti inevitabilmente – e basterebbe ricordare le polemiche assurte finanche a rilevanza nazionale nel 1990/1991, in occasione del restauro del monumento – lo stesso valore o disvalore «storico» della piazza stessa, la sua strutturazione, nonché indiscutibilmente – in senso più ampio – anche molte delle sue ragion d’essere tanto culturali che sociali, a distanza di ormai diverse decine d’anni dalla sua progettazione.
La storia tuttavia, come ci insegnano tanti libri e tanti scrittori a cominciare ad esempio da un celebre e bellissimo romanzo di Elsa Morante, soffre sempre a essere ri-scritta o «reinterpretata» alla luce del poi e del dopo. Sappiamo tutti, noi uomini del XX e ormai XXI secolo, quali e quante ingiustizie siano state portate a compimento non soltanto nel segno delle vittorie, ma anche – allo stesso modo – delle “false vittorie” dell’attualità: tribunali, processi sommari, esecuzioni, cambiamenti di identità e di nomi, sono e resteranno in tale direzione fenomeno ricorrente della tragica storia di numerosissime popolazioni del secolo appena concluso. Basterebbe pensare a titolo di esempio a tutti gli infiniti cambiamenti e ri-cambiamenti di nome succedutisi nei Paesi che aderivano all’ex Patto di Varsavia o magari al ritorno, sotto molti aspetti ugualmente discutibile, della nomenklatura di origine zarista nella ex-Unione Sovietica.
La storia è per l’appunto costellata di simili percorsi sclerotizzati in nome delle dogmatiche assurdità dell’ideologia: in questa direzione non sarebbe certamente corretto dire che ogni cambiamento di nome, così come ogni rivoluzione (pur con quello che essa necessariamente comporta in termini di costi, tanto umani che storici) sia necessariamente negativo. Analogamente tuttavia, non è necessariamente vero, sempre, che tutti i cambiamenti di nome avvengano soltanto in positivo.
Suscita qualche legittimo dubbio, pur nel fondato e indubbiamente autentico desiderio di superamento di un passato per molti aspetti complessivamente doloroso e difficile, la «radicalità» della scelta del sindaco bolzanino Salghetti: una scelta peraltro mai veramente discussa con la comunità, sia italiana che tantomeno tedesca, della città e dell’intera regione. E non ci riferiamo qui evidentemente alla personale consulenza di qualche pur legittimo rappresentante politico di questo o quel partito, ma – esplicitamente – alla effettiva e reale comunità della cittadinanza nel suo significato più ampio. Una comunità che avrebbe forse meritato – sia da parte tedesca che da parte italiana – un livello «diverso» di dibattito e di confronto, un dibattito forse più ricco di ragioni culturali e meno politico di quanto non si sia fin qui verificato.
A proposito della storia architettonica di Piazza della Vittoria a Bolzano vorremmo ricordare qui un passo di un saggio del 1919 di Giorgio De Chirico, pittore tra i più noti dell’avanguardia italiana, al quale per molti aspetti Marcello Piacentini si rifaceva nell’impianto estetico dei suoi progetti e nella sua visione di areali relativamente ampi che avrebbero dovuto, secondo lo stesso Piacentini, divenire perno centrale degli assi della cosiddetta “nuova città italiana”: “Nella costruzione della città, nella forma architetturale delle case, delle piazze e dei giardini, dei passeggi pubblici stanno le prime fondamenta di una estetica metafisica. I greci ebbero scrupolo in tali costruzioni, guidati dal loro senso estetico-filosofico: i portici, le passeggiate ombreggiate, le terrazze erette come platee innanzi i grandi spettacoli della natura….”.
Triste deve apparirci oggi (alla luce del significato di queste parole così come degli interventi del gruppo di artisti che in quegli anni, pur fra errori, esagerazioni retoriche e indubbie ingenuità, cercarono comunque di delineare un progetto di rinnovamento di un certo valore per numerose città italiane; e non stiamo a dire qui della infinita serie di piazze ed edifici come quelle a Brescia, a Genova, ma anche di interi quartieri, ad esempio a Roma, o di centri direzionali di grande importanza come quello sempre romano della Città universitaria o dell’E 42, per tacere di interi centri urbani sorti comunque ex-novo in quegli anni) che la storia essenzialmente architettonica di una città,
in questo caso Bolzano, debba venire manipolata e per così dire «tirata per la giacca» da una parte e dall’altra – come se essa storia potesse poi in qualche modo variare a posteriori il suo corso e magari addirittura ricondurci indietro (prodigiosamente) ad emendare e riparare errori che, laddove sono stati, sono stati sicuramente ben più gravi, sotto il profilo umano e psicologico, che non quelli indicati dalla semplice esistenza di un monumento storico o dal nome di una piazza.
La ferita inferta all’anima tedesca della popolazione altoatesina di allora è di quelle, tra l’altro, che non ci paiono potersi sanare o guarire con improbabili “giochi di nomi”: perché essa è stata (e probabilmente resterà ancora per lungo tempo, soprattutto nella scia di polemiche sbagliate e inutili inasprimenti di posizione simili a questa) ferita alla memoria storica di un popolo, alla identità e a ciò che i tedeschi chiamerebbero la “Seele” (l’anima) di una popolazione o di un gruppo.

Il cambiamento di nome, che venne sottoposto a referendum popolare ai primi di ottobre 2002, e che con una schiacciante maggioranza venne bocciato dalla popolazione di Bolzano
Il cambiamento di nome, che venne sottoposto a referendum popolare ai primi di ottobre 2002, e che con una schiacciante maggioranza venne bocciato dalla popolazione di Bolzano

L’altra ferita, quella all’anima «italiana», è anch’essa ferita viva che stenta a rimarginare: lo dimostrano tante lettere e opinioni spess assai moderate di giovani alto-atesini che in molti casi non si sentono più adeguatamente rappresentati dall’attuale situazione dei blocchi di schieramenti politici. A proposito di tale ferita, nel corso della sua ultima visita in Alto Adige, appena l’anno scorso, lo stesso Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, autorità morale oltre che istituzionale dello Stato italiano, si è soffermato con una certa chiarezza su tale “disagio degli italiani” (queste le parole usate, parole che davvero non ci sembrano richiamo di poco conto a chi voglia intenderne correttamente il senso).
Ci vuole allora ben altro – ci sia permesso denunziarlo apertamente – che non cambiamenti di nome. Ci vuole (anzi ci vorrebbero) tempo e cultura e sensibilità: ci vuole (anzi ci vorrebbero) approfondimento e apprendimento dell’altro, del «diverso da noi», conoscenza vera e sentita di un’anima diversa dalla nostra, tanto per gli italiani che – in egual misura – per gli amici altoatesini di lingua tedesca.
Forse, a ben vedere, è proprio questa strada che la comunità alto-atesina nel suo complesso ha già silenziosamente intrapreso da tempo, per una volta un passo più avanti delle tante e talora enfatiche prese di posizione politiche.
Giacché, a volte – come per quest’ultima arroventata polemica – si ha quasi la sensazione di vivere per così dire mille miglia lontani da una moderna e progressiva apertura spirituale e sociale verso l’altro e gli altri intesi nel senso più ampio: si ha come la percezione – quasi sensoriale – di una terra a tratti ancora pervasa di culture del maso, dove, magari ad un pugno di metri, comincia la proprietà dell’altro contadino, la «diversa» proprietà (diversa dalla propria, naturalmente), dove l’erba e le vacche sono desolatamente più belle.
Ecco, fuori di metafora, forse la vera storia dell’Alto Adige deve ancora rafforzarsi contro «questa» e queste tentazioni. Solo quando con quel vicino si sarà cominciato non solo a parlare in entrambe le lingue – in tedesco e in italiano, alla pari in ogni senso, e senza dimenticare evidentemente la varietà di contesti linguistici ormai presenti
e radicati sul territorio -, ma anche a sentirsi realmente vicini nel segno di una terra e di «una» storia comune, solo allora si potrà dire di avere fatto qualche piccolo passo in avanti. Altro che nomi o cambiamenti di nome.

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